mercatoE’ notizia di questi giorni che Google e Bing hanno migliorato l’integrazione nei loro algoritmi dei risultati dei principali social network (Facebook, Twitter, My Space …).

La notizia può essere interpretata in vari modi, io scelgo questo:
In attesa del grande assente – LA SEMANTICA -  i motori continuano a non capire nulla dei testi che archiviano e si affidano ad algoritmi che “riducono” il pensiero umano ad un insieme di citazioni più o meno ordinate.  (Segnalo il mio articolo vecchio di 3 anni ma ancora molto utile a capire “Google e la scemantica“).

Il risultato di questa incapacità semantica si traduce nelle 3 parole d’ordine per farsi sentire in rete:  SEO (scrivere codice comprensibile ai motori), SOCIAL (post, post, post in tutti i canali online rilevanti), NETWORK (chiedi all’amico di parlare di te e ricambia il favore).

Il web rischia di diventare come un SUK dove chi urla di più ha maggiori possibilità di vendita.

ciao
Stefano

Il dipinto è di Buchel, artista Israeliano
(2004)

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Milioni di consumatori si scambiano informazioni su prodotti, marche, aziende, servizi.


I contenuti prodotti sul canale online determinano decisioni di acquisto che nel medio termine hanno forti impatti sui bilanci aziendali.

Questa presentazione indica una possibile strategia di utilizzo del web per favorire il dialogo fra organizzazioni/brand e utenti online. Non è facile, non serve aprire un blog o postare su Facebook se non si hanno chiari gli obiettivi da raggiungere e il linguaggio da utilizzare.

In rete la parola d’ordine è sempre la stessa: mettersi in ascolto, partecipare al dialogo, dire la verità…. esattamente come fra persone in atomi.

Clicca sulla presentazione per vederla.

Stefano Iotti

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Sottotitolo : prega i tuoi amici di non di pubblicare le tue foto.

Imaskl “Personal Brand” indica la modalità con cui una persona si rappresenta agli altri. Il concetto esiste da quando l’uomo ha iniziato a relazionarsi all’interno di gruppi.
Oggi, la memoria e la velocità di propagazione di internet generano un’iperbolizzazione del concetto di “Personal Brand”.

Immaginiamo che una società di software sia intenzionata ad assumere un nuovo impiegato e che il recruiter aziendale abbia già fatto alcune selezioni da cui siano emersi un paio di candidati.
Come scegliere? Facile, l’elemento capace di spostare l’ago della bilancia si chiama Google.

Il recruiter digita www.google.com e scrive il nome del primo candidato, la query restituisce una serie di pagine da alcuni newsgroup in cui si evince la competenza informatica del soggetto.

Adesso il recruiter si concentra sul secondo candidato, trova nell’ordine: foto su Facebook in cui è ripreso mentre consuma alcolici, video su Youtube mentre impenna in moto e una serie di insulti al suo ex professore su Twitter.

Ogni giorno produciamo direttamente o indirettamente contenuti che parlano di noi e che possono facilmente essere rintracciati da chiunque.
Le foto sul social network o il tuo blog personale, possono farti perdere un’occasione di lavoro o qualsiasi altra opportunità.
Quello che fai potrà essere usato contro di te.

I primi ad attivarsi per trarre vantaggio da questa peculiarità della rete sono stati i politici e gli attori della filiera della comunicazione digitale.
Infatti, se è vero che il web ha la memoria lunga, è pur vero che è possibile almeno in parte riorganizzare e reinterpretare la memoria del passato in funzione delle esigenze del presente. In sostanza possiamo provare a produrre contenuti utili per la nostra “rappresentazione digitale” eseguendo una selezione volontaria delle informazioni. Per farlo è indispensabile svolgere attività di monitoraggio del Brand e diventare parte della conversazione in rete. E’ utile tenere presente che non si è al bar con gli amici ma in una vetrina in cui è conveniente sorridere sempre.

Un esempio: da giovani tentiamo di proporre “Personal Brand” in accordo con gli interessi del gruppo o della ragazza di turno.
Oggi è possibile farlo con i social network come Anobii, il website in cui ciascuno condivide con gli altri i libri che sta leggendo. Mi occupo di comunicazione e leggo”Big Swith” di Nicholas Carr ? Ecco che sento il desiderio di farlo sapere al mondo. Al contrario, se mi capita di approfondire “Le avventure di Paperino e le Giovani Marmotte” non è detto che faccia altrettanto.

In tutti i casi sforzarsi di auto-determinare la propria immagine serve a poco se non si è in grado di corrispondere all’aspettativa che si è creata.

Se ti interessa approfondire l’argomento puoi provare con le keys “Personal Brand”, “Story telling”, “Barak Obama”, “Seth Godin”, “Dan Schawbel”.

L’autore dell’immagine è “Madartists” dal sito www.dreamstime.com.

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A Reggio Emilia, culla del Parmigiano Reggiano, dell’Aceto Balsamico Tradizionale e del Lambrusco, è nato un progetto che unisce tradizione culinaria e modernità digitale.

Emiliabyfood.it è un luogo virtuale che si impegna a preservare la memoria storica degli attori della filiera alimentare: soggetti istituzionali, produttori e consumatori.

Nel sito sarà possibile vedere le interviste ai produttori del latte del Parmigiano Reggiano o ascoltare la “zdora” che spiega la differenza fra il ripieno del cappelletto reggiano e il tortellino bolognese. La partecipazione del pubblico è permessa e benvenuta, chiunque può commentare gli articoli e partecipare allo sviluppo del progetto.

Il progetto Emiliabyfood.it ha un dna fatto di tecnologia e territorio dato dai suoi artefici: Arscolor Interactive e Acetaia San Giacomo, la prima si occupa di tecnologia e digital media mentre la seconda è un produttore di Aceto Balsamico Tradizionale.

Il primo video di Emiliabyfood è stato girato alle 5 di mattina, in accordo con i ritmi della natura e delle vacche, è visibile all’indirizzo www.emiliabyfood.it.

Non lo perdere.

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quanto costa un sito di ecommerce

La frequenza con cui mi viene posta questa domanda è in aumento in accordo con l’interesse nei confronti del commercio elettronico (vedi indagine GFK-Eurisko nel corso dell’ultimo Ecommerce Forum 2009  presentata da Edmondo Lucchi) . Spesso capitano interlocutori che si aspettano una risposta immediata : questo post è dedicato a loro.

Un progetto di commercio elettronico è il risultato di una pianificazione dettagliata delle attività da svolgere di cui il sito è soltanto un componente, a volte nemmeno il più significativo.
Lavorare bene significa creare un’organizzazione il cui canale di vendita è un website che in genere opera 24 ore al giorno per sette giorni la settimana, gestisce transazioni sicure e soddisfa i clienti in modo da favorirne il ritorno.
Ritornando al titolo del post, capita che l’ interlocutore nella fretta di conoscere il costo del sito internet lo consideri punto di partenza del progetto e non quello di arrivo.

“Ok, però quanto costa un sito di ecommerce?”

Pur semplificando lo scenario e limitandoci al sito, rimangono troppe variabili da considerare, ne elenco alcune:

- Target – b2b/b2c (c’è un mercato captive?) – paesi e lingue.
- Tipo di sito: su misura o pay per use (dipende dal brand, dal budget e da altro).
- Catalogo: numero di articoli e loro natura, composizione e ordinamento.
- Spedizione e calcolo dei costi connessi (peso, ingombro,…)
- Interazione con i clienti: commenti, ranking eccetera.
- Marketing: gestione coupon, regalistica, sconti x volume e periodo.
- Gestione del magazzino più o meno semplificata.
- Interfacciamento a gestionali o banche dati.
- Pagamento e valute:  gateway bancario o servizi tipo Paypal o Google Checkout.
- Requisiti di disponibilità : sla e garanzie di servizio.

L’unico modo per quantificare il costo di un progetto di ecommerce è fare un’analisi … con i mal di pancia del caso.
Oltretutto, capita spesso che le competenze per lo sviluppo del progetto complessivo siano distribuite fra vari attori la cui collaborazione non è scontata.

Per chi intendesse approfondire il tema, Arscolor Interactive offre un servizio di consulenza per progetti di ecommerce b2b e b2c e dispone di un’infrastruttura “pronta per l’uso” per lo sviluppo di un sito internet per la vendita di prodotti.
Ciao
Stefano

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