L’altro giorno ho ripensato ad un post scritto qualche tempo fa sui cluster e su come questi
possano essere sfruttati dal web marketing e secondo me c’è un punto in quella
riflessione che manca nel post precedente.
Nel marketing tradizionale cluster e segmenti sono derivati sulla
base di analisi statistiche a campioni rappresentativi e poi generalizzati
all’intera popolazione. Per quanto valido questo metodo ha impedito al mercato
di massa di catturare la coda lunga perché generalizzando era necessario riprendere e considerare significativi solo quei
comportamenti che potevano tradursi in un consumo generalizzabile a grandi masse.
Il grande vantaggio di Internet invece è proprio quello di
apprendere dai consumatori che cosa vogliono. Se sono bravo sul mio sito a
segmentare e profilare la mia utenza sono in grado di riconoscere i loro
bisogni e rispondere ad essi. L’esempio citato in precedenza da Amazon va
proprio in questa direzione. Ad un convegno avevano fatto un esempio che mi aveva molto
divertito: un direttore di banca di una filiale in cui gli speaker avevano il
conto era un quarantenne rampante, in carriera, alto livello di istruzione,
single e con reddito medio-alto. Un giorno il direttore si licenzia, cambia
sesso e va a vivere in Sud America! Ora, questo è proprio il vantaggio di Internet: nessuna analisi statistica
potrà dirmi che lo 0,0001% dei direttori di banca è transessuale, ma
ASCOLTARE i miei clienti può invece
fornire spunti interessanti di business. Così quando si loggherà quel direttoresu un sito di e-commerce insieme alle cravatte potremo presentargli
biancheria intima femminile.
Questa tendenza comincia oggi ad essere capita e sfruttata, ma
diventerà ancora più potente con il progredire del web semantico. A quel punto sarà teoricamente possibile abbinare ad ogni utente
un universo di significazione o, senza voler teorizzare controlli orwelliani,
collegare tra loro gli utenti in modo fluido lasciando ai singoli individui la
possibilità di scegliere, modificare o rivoluzionare la loro “collocazione”.
Insomma, di nuovo il consumatore abbandona il suo ruolo passivo per diventare
costruttore della propria identità anche nelle campagne marketing e diventare
artefice dei messaggi pubblicitari. Per riprendere quanto diceva Ballmer a
Milano, l’advertising diventerà sempre più fit,
il messaggio giusto, al momento giusto nel posto giusto.
Chiedo scusa per l’immodesta ripresa e autocitazione, ma volevo
condividere con voi anche questa riflessione. Dal momento poi che l’ascolto su
Internet diventa un assett
competitivo mi piacerebbe molto conoscere anche il vostro parere!